Cinquecento anni dopo: oggi!

Nel 1508, Erasmo da Rotterdam, in un passo del suo Elogio della Pazzia, scrisse:

Anche in questo aspetto, intendo imitare i retori dei giorni nostri, che si credono proprio degli dèi se dimostrano di avere due lingue come le sanguisughe e considerano incantevole inserire, come se si trattasse di un intarsio, qualche paroletta greca nei discorsi in latino, anche se magari del tutto fuori luogo. Se poi mancano loro termini esotici, tirano fuori da carte ammuffite quattro o cinque termini arcaici, sufficientemente oscuri da rendere poco comprensibile il testo al lettore. In tal modo, quelli in grado di capire possono sentirsi sempre più soddisfatti di sé, mentre quelli che non ne sono in grado rimangono tanto più ammirati quanto meno capiscono. Indubbiamente, uno dei piaceri prediletti dei nostri contemporanei è l’esaltazione assoluta di tutto ciò che è straniero. I più ambiziosi ridono e approvano muovendo le orecchie come gli asini, dando ad intendere agli altri di avere capito.

Sono passati cinquecento. Cosa è cambiato da allora?! Siamo in periodo elettorale, corrono le elezioni politiche dell’anno 2018: fate molta attenzione “ambiziosi“, Erasmo da Rotterdam vi capì molto bene già cinquecento anni fa.

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La fragilità della vita: il qui e ora

Ieri è mancata Dolores O’Riordan, la cantante, autrice e chitarrista dei Cranberries. Aveva 47 anni, era nata il 6 settembre 1971. La morte di qualcuno è sempre una brutta notizia di per sé, ma quando muore qualcuno che ti è vicino o che ha segnato una parte importante della tua vita, nascono delle riflessioni: io e Dolores avevamo quasi esattamente 10 anni di differenza, ma soprattutto No Need to Argue è stato il primo album che ho acquistato nella mia vita. Avevo 13 anni e comprai quell’album più sull’onda della chiacchiera che per convinzione personale. Un gruppo di miei compagni di classe delle scuole medie ne parlava benissimo: loro capivano di musica, io molto meno. Ma chi sapeva di musica, almeno quando ero adolescente io, era figo: ed io volevo essere uno di loro, figo, per cui l’acquisto risultò pressoché obbligato. Evidentemente i miei compagni di classe capivano realmente di musica: ho sempre giudicato quell’album un esordio molto azzeccato nel mondo degli accumulatori di album.

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Parte della mia attuale collezione di album

L’album contiene alcuni pezzi davvero ottimi, tra tutti Zombie, ed è un ascolto godibile dalla prima all’ultima traccia.

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Ma questo articolo non vuol essere commemorativo dei Cranberries, ed in particolare di Dolores. Come dicevo, quando si verificano morti significative, di parenti o amici vicini, o di chi ha segnato anche indirettamente un pezzetto importante della tua vita, come l’adolescenza, inizi inevitabilmente a riflettere. E gli spunti sono ancora più forti se tra te e il defunto passano solo dieci anni. E inizi a riflettere sulla vita e come questa sia davvero un soffio di vento.

Nei primissimi anni della nostra esistenza abbiamo la percezione che anche un singolo giorno può essere eterno: quando sono le 8 di mattina e solo nel pomeriggio incontrerai la ragazza che ti piace; quando fra poco di interrogheranno di matematica, ma tu non hai proprio capito nulla (e forse neanche ti interessa). Quanto è eterno il tempo in quegli istanti? Poi gli anni passano, più velocemente di quanto si possa immaginare, si cresce e la percezione che abbiamo del tempo si restringe (non ne abbiamo mai abbastanza), i progetti diventano più grandi e i tempi in cui realizzarli si dilatano, forse troppo. Però, abbiamo la visione di chi ha ancora una vita davanti per realizzare tutto e il contrario di tutto. Tutto questo ci da grande forza, ma anche un senso di tranquillità che ti fa un po’ “sedere sugli allori“. Per cui quello che non riesci a fare oggi, lo farai domani; e forse dopodomani, o forse più in là. Senti i tuoi amici che progettano esperienze da fare prima di avere figli perché poi dopo si potrà solo dopo la pensione!Poi all’improvviso capita quello che non ti puoi aspettare e forse quei progetti, non potrai mai realizzarli. Perché la vita, nella sua imprevedibilità, ti da molte occasioni, ma spesso ti mette alla prova, anche in maniera violenta. No, aspettate un attimo. Voglio riavvolgere il nastro e provare a capirci qualcosa in più: è possibile che tutti i progetti che adesso ho in mente di realizzare rischino di rimanere solo idee e per queste destinate a scomparire con me?

Noi viviamo in una società conformista: io credo che il conformismo sia un male necessario per la nostra società: tutti nascono, tutti crescono, tutti vanno a scuola, tutti lavorano, tutti si sposano, tutti fanno i genitori, tutti vanno in pensione, tutti fanno i nonni, tutti muoiono. Tutti fanno tutto e se qualcuno non lo fa, sicuramente ha qualche problema (matto, brutto, antipatico, strano e avanti con la lista). Il conformismo serve per evitare il caos nella società, o almeno è quello che tutti raccontano. Ma se poi all’improvviso capita qualcosa per cui tu, conformista come gli altri per scelta o per necessità , qualcosa non lo puoi più fare perché l’orologio del tempo batte prima del previsto la fine della storia? E se tu sei Dolores O’Riordan e muori a 47 anni, con molti progetti realizzati, ma chissà quanti altri rimandati confidando nel tempo a disposizione?

Questo non è un manifesto per avvallare l’anticonformismo, che come ho scritto considero un male necessario per avere ordine in una società complessa. Ma come si può vivere veramente appieno una vita, evitando di arrivare negli ultimi istanti ad avere rimorsi troppo pesanti da portarsi nell’aldilà (ovunque esso sia)? E’ inutile credere di poter realizzare tutto e subito quello che ci passa per la testa (viviamo pur sempre in una società e volenti o nolenti abbiamo regole a cui sottostare, e su questo argomento ci tornerò sicuramente in futuro). Ma esiste un modo di approcciarsi alla vita che credo possa aiutarci. Me ne parlò Rita un po’ di anni fa. E’ la filosofia del “here and now”, ipotizzata dall’inglese Alan Watts. Qui e ora. Partendo da questo semplicissimo assunto ho sviluppato un mio personalissimo modo di affrontare la vita che mi permette di superare momenti complessi ed inaspettati della mia vita, così come di vivere al meglio i momenti positivi. Vivere con profondità il presente ti permette di concentrare le tue energie istante dopo istante. I progetti che vuoi realizzare, le idee che hai in testa, non rimandarne l’inizio ad un futuro prossimo, ma inizia a viverle un passo dopo l’altro fin da ora. Non lasciar scorrere la vita, ma accompagnala. Prova a mangiare il pasto che hai di fronte, assaporandolo veramente: guarda i colori delle pietanze, annusa gli odori, percepisci il calore del piatto. Una tazza di tè può essere una bevanda oppure un’esperienza piena: il suono del tè che dalla teiera scende verso la tazza; l’aroma del tè che bagna le labbra invitandoci ad indovinare i gusti; i fumenti che salgono dalla tazza e sprigionano i loro odore per riempirci le narici; il calore delle mani riscaldate dalla tazza; il colore dorato della bevanda. E poi l’anima, che si nutre di tutto questo e non lo vive passivamente come un atto meccanico. Proviamo, ogni tanto, quando abbiamo bisogno di un momento solo per noi, a farci coinvolgere da queste esperienze. E come il cibo, una camminata, un libro, tutto ciò che ci circonda. Quante volte proviamo veramente queste esperienze?

Dobbiamo sì avere dei grandi progetti da realizzare durante la vita, ma proviamo ad accompagnarli istante dopo istante, da esperienze piene. Senza voler per forza sconvolgere l’ordine prestabilito delle società, proviamo ad essere realmente anticonformisti, partendo dal nostro modo di vivere la nostra vita. Non dobbiamo per forza sconvolgere il mondo che ci circonda per ottenere qualcosa di migliore, di più adatto a noi; ma possiamo cambiare il nostro modo di vivere le esperienze quotidiane rendendole nostre. Pienamente.

Alcuni pensieri di Alan Watts

Bella ciao

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“Stamattina mi sono alzato
o bella ciao bella ciao
bella ciao ciao ciao
stamattina mi sono alzato
e ci ho trovato l’invasor.

O partigiano, portami via
o bella ciao bella ciao
bella ciao ciao ciao
o partigiano, portami via
che mi sento di morir.

E se muoio da partigiano
o bella ciao bella ciao
bella ciao ciao ciao
e se muoio da partigiano
tu mi devi seppellir.

Seppellire lassù in montagna
o bella ciao bella ciao
bella ciao ciao ciao
seppellire lassù in montagna
sotto l’ombra di un bel fior.

E le genti che passeranno
o bella ciao bella ciao
bella ciao ciao ciao
e le genti che passeranno
e diranno: o che bel fior!

E’ questo il fiore del partigiano
o bella ciao bella ciao
bella ciao ciao ciao
è questo il fiore del partigiano
morto per la libertà.”

Bella ciao è una canzone talmente bella che si commenta da sola. Non è una canzone politica, non appartiene ad una fazione piuttosto che all’altra; Bella ciao è semplicemente  una canzone di tutti. E’ un canto di resistenza, ma soprattutto di voglia di libertà. Una canzone che mostra una forza dirompente nella sua semplicità: la forza della musica che da coraggio a quelle genti che non accettano i soprusi e non si piegano di fronte all’arroganza dei forti. E’ una canzone del passato, ma che ci aiuta tutt’ora a illuminare il futuro. Quando un giorno capiterà di subire un torto, grande o piccolo che sia, potranno essere ancora le note di Bella ciao a darci forza per reagire.

Libertà.

Esiste un termine più potente di questo?! No, ed è l’unico a cui non vorrò rinunciare MAI.

Ecco, appena pensi a questo inno, perché di questo si tratta Bella ciao, e inizi a canticchiare qualche nota, universalmente conosciuta, a recitare qualche ritornello, che è stampato indelebilmente nel nostro DNA, ti senti pervadere da quel senso di libertà… “seppellire lassù in montagna sotto l’ombra di un bel fior!“…respira a pieni polmoni e vivi!

Goran Bregovic – Bella Ciao – ( LIVE ) Paris 2013

La lezione delle cinque palle

Perché un blog? Questa è una domanda che faccio in primo luogo a me stesso, ma per dare una risposta credo sia opportuno fare qualche passo indietro.

Qualche anno fa, e forse anche adesso, uno dei miei crucci principale era/è: come farò a lasciare un segno indelebile su questa terra? E subito pensi in grande, pensi che solo chi governa il mondo, chi costruisce templi sontuosi, chi scopre nuovi mondi, chi scrive pagine di letteratura indimenticabile, chi crea arte stupefacente, può veramente dirsi di lasciare un segno, un’eredità a chi popolerà questa terra, anche nei secoli a venire. Poi ti accorgi che forse queste doti tu non le possiedi e che poi, in fondo, ci saranno sempre nuovi governanti che metteranno in ombra quelli passati; le scoperte scientifiche saranno sempre più sorprendenti e faranno passare nel dimenticatoio le grandi scoperte dei nostri tempi; i grandi quadri, le grandi opere, sono soggette alla moda e ai gusti. E poi comunque bisogna avere la dote. Possibile, quindi, che non vi sia modo per lasciare un segno indelebile del nostro passaggio su questa terra?

Ho riflettuto, sbattuto la testa, e ancora riflettuto. E all’età di 36 anni, credo di essere giunto ad una conclusione, terrificante per quanto banale: noi quotidianamente lasciamo un segno su questa terra e siamo in grado, anche nel nostro piccolo, di determinare il futuro di chi verrà. E’ nostra responsabilità curare ogni singolo istante, dandogli l’importanza che merita, caricandolo dello stato d’animo che ci suggerisce il nostro cuore e soprattutto, non avendo paura delle nostre idee.

Io insegno informatica, ma ho sempre considerato lo strumento informatico, SOLO ed ESCLUSIVAMENTE un utile mezzo per semplificarci la vita. Sono terribilmente preoccupato del tempo che questo strumento occupa oggi nelle nostre vite. Ormai tutto viaggia online: organizzare incontri tra amici, chiacchierare tra amici/mariti/mogli/figli/genitori, acquistare prodotti di uso quotidiano, ascoltare musica, vedere concerti, fidanzarsi, sposarsi. Se non sei social sei fuori. Però una cosa viaggia molto poco online: la forza delle idee. Siamo tutti lì pronti a retweettare, a inserire like, a guardare videobanalità. Ma quante volte abbiamo la forza di esprimere le nostre idee? Le idee sono uno strumento complesso da maneggiare: devi avere la forza di tirare fuori dal profondo ciò in cui credi veramente, ciò che senti, devi spogliarti di fronte agli altri. Devi mostrare le tue smagliature, le tue rughe, devi porti di fronte a critiche certe. Le idee sono forti. Siamo ancora in grado di usare la nostra forza per esprimerle? Oppure ci limiteremo sempre e solo a nasconderci dietro ad un like, dietro ad un pollice verso o ad un pollice di consenso?! Io voglio provarci. Non ho aperto un blog per notorietà, per egocentrismo (anche se un blog, come forma di comunicazione, di per sé prevede una componente di egocentrismo implicita); ho aperto un blog perché credo che le idee che possiamo esprimere, ma anche le esperienze che facciamo e troppo spesso NON condividiamo, finanche le riflessioni sui nostri più intimi stati d’animo, siano uno dei lasciti più importanti che possiamo fare a chi popolerà questa terra dopo di noi, o anche solo ai nostri figli e ai nostri nipoti. Quante storie da raccontare svaniranno insieme al nostro corpo? Quanti momenti indimenticabili non condivisi semplicemente smetteranno di far suscitare emozioni?

La risposta alla domanda iniziale, “perché un blog” è questa: semplicità, provo a tornare indietro, provo a premere il tasto reset. Non sarà facile, voglio provarci, spero di non fallire. La tecnologia ormai sceglie la direzione dei miei pensieri quotidianamente: nelle notizie da leggere, nel tempo da dedicare alle mie attività, sceglie i film che vedrò, la musica che ascolterò ed è perfino in grado di influenzare i sentimenti che proverò e, perché no, in alcuni casi anche la moglie che sposerò. Voglio provare a disinserire il pilota automatico e riprendere in mano la mia vita in questi elementi essenziali.

Concludo il mio primo post con un estratto dal libro di James Patterson “Il diario di Suzanne” pp. 26-27: ho sempre dato a queste righe un’importanza primaria nel mio modo di intendere la vita, magari altri potranno trarne gli stessi benefici.

“Immagina che la vita sia un gioco di destrezza che consiste nel far roteare cinque palle. Le palle sono il lavoro, la famiglia, la salute, gli amici e l’integrità.

Le fai roteare tutte e cinque per aria. Ma un bel giorno capisci finalmente che il lavoro è una palla di gomma: se cade, rimbalza. Le altre quattro – famiglia, salute, amici, integrità – sono di vetro: se fai cadere una di questa, essa di graffierà, si scalfirà e forse andrà a prezzi.

Quando avrai compreso a fondo la lezione delle cinque palle, avrai raggiunto il principio dell’equilibrio della tua vita.”

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